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Mostra fotografica - Inaugurazione mercoledì 20 marzo ore 19 - Officine Fotografiche Roma

Rhome

di Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni
a cura di Lorenzo Castore

Mercoledì 20 marzo alle 19 inauguriamo a Officine Fotografiche Roma la mostra “Rhome” di Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni a cura di Lorenzo Castore.

Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni vivono a Roma, città dalla quale sono stati adottati. 

Dopo anni di esplorazioni di altri mondi i due fotografi hanno avuto l’urgenza di entrare sotto la pelle della città. 

Il loro viaggio attraverso Roma ha fatto emergere microcosmi che si intrecciano in un effetto domino di incontri e situazioni. 

Luoghi, istanti di vite private, atmosfere: uno scenario fuori dagli stereotipi, lontano dall’immaginario turistico, affrontato senza filtri. 

Con Rhome, Caimi e Piccinni presentano il secondo capitolo del progetto a lungo termine su tre “città in transizione” (Napoli, Roma, Istanbul): metropoli vulnerabili, in bilico, sempre esposte alla mutazione. 

Rhome ha vinto il primo premio del FUAM Dummy Book Award diventando recentemente un libro che racchiude 128 immagini del considerevole corpus di fotografie di cui è composto l’intero lavoro. 

Il capitolo del progetto a lungo termine dedicato a Napoli è stato pubblicato dall’editore Witty Kiwi con il titolo “Forcella”. 

La scelta delle immagini in mostra e il modo in cui sono presentate è il frutto della collaborazione di Caimi e Piccinni con Lorenzo Castore, fotografo con il quale il duo condivide una visione artistica e umana. 

Le stampe sono state realizzate da Digid’a fine art prints di Davide di Gianni.

 

Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni collaborano dal 2013 realizzando progetti sia documentaristici che di fotografia intima e personale. 

I loro reportage appaiono regolarmente sulla stampa e i media internazionali ricevendo numerosi riconoscimenti. 

Dai progetti autoriali a lungo termine, alla rivoluzione e la guerra in Ucraina, dai disastri ambientali, alla migrazione, al centro dei loro lavori la necessità e il desiderio di rappresentare da vicino storie umane, entrando in stretta relazione con le persone che fanno gli eventi.   

Del duo sono stati pubblicati quattro libri di fotografia in bianco e nero (Rhome, Forcella, Same Tense e Daily Bread) e i lavori esposti in diverse mostre personali in Europa e in Asia in gallerie come Vasli Souza Galleri (Svezia), Reminders Photography Stronghold (Giappone), Kunsthalle-Emden (Germania), Interzone Galleria (Italia) e in numerosi festival internazionali. 

www.caimipiccinni.com

Info mostra

Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni
Rhome
a cura di Lorenzo Castore
dal 20 marzo al 12 aprile 2019

Inaugurazione mercoledì 20 marzo ore 19

Visita guidata alla mostra giovedì 4 aprile alle ore 19

Officine Fotografiche Roma
Via G. Libetta, 1
orari di visita:
dal 21 marzo al 12 aprile
lunedì – venerdì ore 10.00-19.00
chiuso sabato e festivi
ingresso gratuito

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Concorso Portfolio in mostra - Apertura mostra lunedì 11 marzo - Spazio Piano Aule - Officine Fotografiche Roma

Cibo per l'anima di Maria Teresa Menna

di Maria Teresa Menna

Tra i bisogni fondamentali per l’essere umano c’è senz’altro la connessione con la Natura, sempre più difficile da realizzare nel ritmo incalzante e frenetico delle nostre città, dove quest’ultima si ritrova, al massimo, spinta ai margini o segregata.

 

D’altra parte, in un’epoca dominata da desideri, spesso superflui, in cui tutto viene consumato, anche il cibo è diventato oggetto, merce o status symbol. Esso viene messo in mostra, fotografato e condiviso, assurto a star dei social network. Ironicamente, anche il cibo si è separato dalla Natura e dalla sua stessa essenza di nutrimento.

 

Così ho creato una serie di still life ispirate alla food photography, in cui non c’è nulla di commestibile, con l’intento di cortocircuitare lo sguardo e spostare l’attenzione su quello che può nutrire non la nostra pancia o la nostra vanità, ma un nostro bisogno più profondo, la comunione con la natura.

Maria Teresa si imbatte, quasi per caso, nella sua prima Nikon a 17 anni. Erano i tempi delle macchine a pellicola.

Nuova di zecca, la prende in prestito dalla mamma in occasione del suo primo viaggio a Parigi con un’amica. Inizia così a guardare il mondo attraverso il 50mm e ne rimane affascinata. Quella scatola che rinchiude la realtà e ti permette di riportarla a casa ti spinge a osservare le cose più in profondità a coglierne, in qualche modo, un po’ l’essenza.

Molta strada, molti viaggi e diverse macchine fotografiche sono passati da allora e siamo approdati nell’era digitale, ma quella passione è rimasta ancora intatta.

 

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Selezionato Concorso Portfolio in mostra - Lunedì 25 febbraio -

“Paesaggi in scena” di Filippo Giuseppe Iannone

Questi paesaggi non hanno un’origine geografica comune poiché fotografati in Italia e in Giappone; da questa caratteristica il lavoro prende vita.

Con l’uso del colore che ricordano i paesaggi Ghirriani e talvolta, con un’esasperata composizione, le immagini esplorano una quotidianità intesa come un palcoscenico teatrale in cui elementi di diversa natura dialogano tra loro per così creare un meta luogo. La macchina fotografica è a metà tra quello che c’è realmente e quello che è lo sforzo per identificarlo, in un processo in cui il fotografo evidenzia una continua ricerca della sua identità, immergendosi tra solitudine e memorie.

Filippo, romano di nascita, completate le scuole superiori nel 2012, spinto dalla famiglia parte per un viaggio di studi linguistici in Australia.

Affascinato dalla natura selvaggia ed incontaminata, vi protrae la permanenza per quasi quattro anni, affrontando esperienze lavorative di vario genere . La passione per la fotografia e per l’arte lo spinge ad iscriversi al college TAFE di Sidney, dove perfeziona ed affina le tecniche fotografiche ed artistiche. Nell’aprile 2016, in Giappone, nasce la sua prima figlia .

Trasferitosi nel paese del “sol levante”, vi soggiorna per più di un anno per poi tornare nuovamente in Europa al fine di concludere gli studi, frequentando un master in “Fine Arts” presso l’Accademia delle arti, università HKU di Utrecht in Olanda, ove tutt’ora sta completando l’ultimo anno.

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Mostra fotografica - venerdì 15 febbraio ore 19 - Officine Fotografiche Roma

Internat di Carolyn Drake

di Carolyn Drake
a cura di Laura De Marco
in collaborazione con SiFest - Savignano Immagini Fetsival e con il patrocinio della città di Savignano sul Rubicone.

A partire dal 15 febbraio 2019 Officine Fotografiche ospita a Roma Internatprogetto della fotografa statunitense Carolyn Drake, curato da Laura De Marco, in collaborazione con SI FestSavignano Immagini Festivale con il patrocinio della città di Savignano sul Rubicone.

Tra il 2014 e il 2016, Carolyn Drake realizza una serie di immagini all’interno di un orfanotrofio russo che ospita giovani con disabilità, tra cui molte giovani donne che diventano adulte nel completo isolamento. Frutto di un percorso individuale ed esistenziale che nasce anni prima degli scatti realizzati, Internat è la testimonianza di un’intensa collaborazione tra la Drake e le ospiti della struttura che, su suo invito, hanno prodotto proprie creazioni, a partire dalle opere di Taras Shevchenko, artista ucraina, etnografa, poetessa e prigioniera politica.

La natura, gli oggetti della vita quotidiana e le mura dell’orfanotrofio sono mezzi per discutere questioni quali il controllo sociale, l’identità individuale e collettiva, la libertà di immaginazione e la normalizzazione del comportamento femminile.

Cosa definisce l’identità di una persona all’interno della società? La sua famiglia e i rapporti che si instaurano con essa; il cerchio allargato delle persone che via via incontra; le esperienze che fa del mondo, e così via. Cosa succede quando tutto questo viene negato? Quando si cresce all’interno dei confini murati di una istituzione?

Questa è la premessa di Internat di Carolyn Drake, un lavoro su cui ha iniziato a riflettere dodici anni fa, ma che è stato poi sviluppato tra il 2014 e il 2017. Internat è una pensione immersa nella foresta attorno alla città di Ternopil’, in Ucraina.

Sembrerebbe, così descritto, un posto idilliaco, ma è invece un edificio circondato da alte mura in cui vengono recluse ragazze adolescenti ritenute non abili a condurre una vita regolare in società. Quando nel 2006 Drake si imbatte in questo luogo, è convinta che a quelle ragazze, una volta cresciute, verrà garantito il ritorno alla vita nel mondo reale; ma anni dopo, quando ritorna con l’idea di andare a scoprire come sono cambiate le loro vite una volta uscite, la sconcertante scoperta che le allora adolescenti sono ora donne adulte, ancora rinchiuse tra quelle mura, porta l’artista a porsi le domande all’inizio di queste righe.

Come si sviluppa l’identità di una giovane donna in queste condizioni?

In un microcosmo come quello di un istituto, che rapporti si instaurano tra chi fa le regole, la direzione, e chi le subisce? Può una realtà di questo tipo essere vista come esempio in miniatura di ciò che accade nel macrocosmo della società “libera”? Probabilmente, sì. 

Drake inizia a fotografare la vita delle ragazze e a coinvolgerle nel suo lavoro utilizzando l’ambiente, le relazioni tra di loro e l’arte stessa per aprire un dialogo onesto e diretto e, soprattutto, una possibilità di confronto. Scopre così che la fantasia, la natura, i rapporti interpersonali e la routine delle azioni quotidiane sono tra le cose che l’essere umano riesce sempre a trovare per imparare a definire e a definirsi, anche creandosi un mondo del tutto personale e autonomo.

Internat si sviluppa come una vera e propria pratica di collaborazione alla produzione del lavoro artistico: Drake condivide la sua autorialità con i soggetti coinvolti, nel tentativo di creare un progetto che possa fare luce sulle molteplici sfaccettature di questo micro mondo. Includendo i suoi soggetti nel processo creativo, Drake ha la possibilità di andare oltre a una annosa questione (non solo pratica, ma anche etica) della fotografia documentaria classica: chi è che racconta le storie e a favore di chi lo fa? Ovvero, i soggetti, soprattutto di storie delicate come questa, hanno effettivamente voce in capitolo nel momento in cui la loro storia viene raccontata o non si fa altro che diffondere narrazioni a una unica via, quella dell’autore che le racconta? Coinvolgendo le ragazze dell’orfanotrofio, non solo Drake stabilisce un rapporto più profondo con loro, e dunque ha accesso a una intimità maggiore, ma dà anche loro la possibilità di costruire la propria narrazione e avere il controllo su quella che è la loro storia. Approccio rischioso, dal punto di vista dell’artista, ma decisamente potente e illuminante.

Carolyn Drake(Los Angeles, 1971) si è diplomata alla Brown University ed è fotografa per Magnum Photos. Nel suo lavoro, la fotografia è un medium in grado di riscrivere la realtà e la storia, per le sue misteriose capacità di attivare le emozioni umane. Drake ha vissuto per un decennio a Istanbul, sviluppando progetti personali e lavorando su commissioni in Turchia, Ucraina, Asia Centrale e Cina. Negli Stati Uniti dal 2014, vive e lavora a Vallejo, in California. Tra i premi che le sono stati assegnati compaiono il Guggenheim Fellowship, il Lange Taylor Prize, il Fulbright Fellowship e il premio Anamorphosis. I suoi libri fotografici autoprodotti hanno ricevuto ampia attenzione e sono stati tradotti nella forma installativa. Sue mostre personali sono state recentemente esposte al SFMOMA e al Houston Center for Photography.

Info mostra

Inaugurazione
venerdì 15 febbraio ore 19.00
Visita guidata con la curatrice
sabato 16 febbraio ore 11.00

La mostra rimane aperta
dal 18 febbraio all’ 8 marzo 2019
Orari di visita
dal lunedì al venerdì, ore 10.00/13.30 e ore 15.30/19.30
Sabato e festivi chiuso
Ingresso gratuito

 

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Mostra fotografica - Inaugurazione venerdì 18 gennaio ore 19 - Officine Fotografiche Roma

Creature

David McEnery
a cura di Stefano Bianchi

Officine Fotografiche ospiterà nella sue sede di Roma la retrospettiva dedicata al britannico David McEnery (1936-2002), con scatti fotografici autografi provenienti dall’Archivio Mantovani Galerie diSaint Maden (Francia) in collaborazione con l’Associazione Culturale Ponti x l’Artedi Milano.

Nei suoi trascorsi professionali, McEnery ha lavorato per varie testate giornalistiche internazionali fra cui la prestigiosa rivista Life, catturando gli aspetti più insoliti e divertenti della quotidianità. Il suo sguardo, improntato sulla leggerezza e l’ironia, garantisce uno stile unico e assai ricercato. Da autentico purista, non ha mai utilizzato il flash. La moglie Pat (anche lei fotografa e spesso sua modella) racconta che per eseguire un solo scatto David pazientava tutta la giornata pur di ottenere la luce che voleva.

La sua personalità, traboccante d’umorismo, gli ha consentito di creare situazioni fotografiche inventando curiosi accessori e oggetti di scena (una custodia per serpenti, una motocicletta per ranocchi…) da lui stesso costruiti che interagiscono coi personaggi umani. Peter Galassi, ex direttore del Department of Photography del MoMA di New York, ha commentato: «Scattare foto divertenti è molto difficile: richiede tatto e delicatezza. David McEnery possiede queste doti, oltre a un innato “sense of humour”».

L’allestimento della mostra, curato dal giornalista critico d’arte Stefano Bianchi, metterà in risalto l’arte fotografica attraverso l’efficacia delle immagini di McEnery, irresistibile mix di Slapstick Comedy (la gag da film muto che sfrutta il linguaggio del corpo) e umorismo tipicamente britannico.

Rimbalzando da un mondo all’altro (incluso l’universo animale), questo reporter dell’ironia declina l’essere, il non essere, l’apparire di quell’imprevedibile commedia che si chiama vita.

In vendita presso il bookshop b.strOf (aperto dal lunedì al venerdì dalle 16.30 alle 19.30)il  nuovo libro fotografico David McEnery “Creature” (2018) e “Smile!” (2014) edizioni gmebooks 

Info mostra

Officine Fotografiche Roma –
Via Giuseppe Libetta, 1 – 00154 –

Roma

of@officinefotografiche.org

Orari:
dal Lunedì al Venerdì

10.00-13.00 / 15.00 – 19.00