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Concorso Portfolio in mostra - Dal 20 al 31 maggio 2019 - Spazio Aule Officine Fotografiche Roma

"Piccole storie di ieri"

di Luca Chiaventi

All’interno del concorso Porfolio in mostra inaugura lunedì 20 maggio “Piccole storie di ieri” di Luca Chiaventi.

Nate durante la partecipazione al gruppo di lavoro di Officine Fotografiche “1,2,3 Stella”,  questa serie di immagini, provenienti da filmini 8 e Super 8 girati tra il 1968 e il 1974, sono piccole storie ognuna corredata da un testo di Claudia Moretta.
Ho coinvolto Claudia in questo progetto per cercare di capire cosa queste sequenze provocassero ad un osservatore esterno, al di fuori dei miei ricordi e delle mie specifiche emozioni. Tale lavoro è da intendersi come una ricerca di un linguaggio originale, emotivo e personale.”

 

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Concorso Portfolio in mostra - dal 6 maggio 2019 - Spazio Piano Aule - Officine Fotografiche Roma

Kirghizistan - fotografie di Mauro Brienza

Kyrgyzstan

Un paesaggio incontaminato accessibile solo nei mesi più caldi, addormentato sotto metri di neve per tutto il resto dell’anno. La vita nella steppa scorre lenta; un’esistenza dura, immutata da secoli, di uomini ed animali insieme. Qui i nomadi aprono le porte delle loro yurte e accolgono il viaggiatore che si trovi a passare per queste aspre ed aride pianure. I loro visi appaiono solcati dal vento come la steppa che li circonda, ma l’impressione dei loro sorrisi resta difficile da dimenticare una volta ripartiti.

 

Mauro Brienza

da sempre appassionato di viaggi e fotografia si interessa di paesaggi urbani, street photography e fotografia di viaggio.

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mostra fotografica - giovedì 23 maggio ore 19 - Officine Fotografiche Roma

Confiteor

di Tomaso Clavarino
a cura di Teodora Malavenda

Apre giovedì 23 maggio alle 19 negli spazi di Officine Fotografiche Roma, via Giuseppe Libetta 1 – la mostra Confiteor (Io Confesso) con le immagini di Tomaso Clavarino a cura di Teodora Malavenda.

A partire dal 2004 più di 3.500 casi di abusi su minori commessi da preti e membri della Chiesa sono stati riportati al Vaticano. Nel 2014 un report delle Nazioni Unite ha accusato il Vaticano di adottare sistematicamente azioni che hanno permesso a preti e membri della Chiesa di abusare e molestare migliaia di bambini in tutto il mondo.

Centinaia di casi sono stati registrati, e continuano ad essere registrati, in Italia, dove l’influenza del Vaticano è più forte che altrove, e pervade vari livelli della società.

Spesso gli abusi cadono nel silenzio, i casi vengono nascosti, le vittime hanno paura di far sentire la loro voce. Hanno paura della reazione delle persone, dei loro cari, dei loro amici, delle comunità nelle quali vivono. Le vittime sono barricate in un silenzio agonizzante, non vogliono far sapere nulla delle violenze subite.

Costrette a vivere con un peso che si porteranno dietro tutta la vita, incapaci di dimenticare il passato.

Le ferite sono profonde, le memorie pesanti, i silenzi assordanti.

“Confiteor (Io Confesso)” è un viaggio di due anni in queste memorie, in queste ferite, in questi silenzi.

Nato nel 1986 a Torino, Tomaso Clavarino è un fotografo documentarista.

I suoi lavori sono stati pubblicati su numerose riviste, quotidiani e media, tra i quali Newsweek, The New York Times, Washington Post, The Atlantic, Der Spiegel, Al Jazeera, Vice, HUCK, Vanity Fair, The Guardian, D-La Repubblica, Internazionale, etc…

Parallelamente sviluppa progetti più personali e a lungo termine che sono stati esposti e proiettati in alcuni dei più importanti festival di fotografia: Athens Photo Festival, Fotografia Europea, Format 19, Les Rencontres d’Arles, Photo Kathmandu, Obscura Festival, Fotografia Etica, Encontros da Imagem, etc…

Il suo sito web è www.tomasoclavarino.com

Info mostra

CONFITEOR (Io Confesso)
Fotografie di Tomaso Clavarino

a cura di Teodora Malavenda
Inaugurazione
giovedì 23 maggio ore 19
dal 24 maggio al 14 giugno 2019
dal lunedì al venerdì
10 – 13.30 / 15.30 – 19.00
sabato e domenica chiuso

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Concorso Portfolio in mostra - Apertura mostra lunedì 8 aprile - Spazio Piano Aule

Identificazioni visionarie

fotografie di Antonella Simonelli

 Identificazioni visionarie       

Girovagando nelle stanze dei musei ti accorgi che quello che hai davanti agli occhi è qualcosa di vitale. Da qui una riflessione sul rapporto tra opera d’arte e spettatore. Molto spesso colui che guarda nell’opera si riflette ma anche si perde, nonostante si metta di fronte all’opera ben strutturato con le sue conoscenze, le sue esperienze, le sue emozioni, a volte trova in essa qualcosa in cui perdersi, un io che non è il suo io ma un’identità aperta, spesso ritroviamo noi stessi dopo esserci smarriti. Da qui l’idea che colui che guarda da senso all’opera: dalla relazione tra ciò che vede e ciò che questo gli provoca si attua quell’esperienza di perdita che in realtà permette di conoscersi. Allora se l’opera viene vitalizzata da colui che guarda, allo stesso modo il visitatore guardando vive un’esperienza di identificazione visionaria che in un modo o nell’altro può trasformarlo e cambiarlo.

Queste foto cercano di raccontare tutto questo su un piano metaforico e simbolico e in un linguaggio estetico il più vicino possibile all’esperienza vissuta.

Antonella Simonelli

Sono nata e vivo a Roma. La passione per la fotografia si manifesta fin dal gli anni del liceo, quando complice una Konica acquistata da mio padre, apprendo i primi rudimenti di fotografia analogica. Sono gli anni degli scatti di viaggio e delle foto con gli amici. Segue poi una lunga pausa nella quale mi dedico agli studi e alla famiglia, mi laureo in scienze storiche, ma la passione poi riprende più forte con l’avvento del digitale e a fianco a questo anche la curiosità e l’interesse per tutto quello che gira intorno a questa forma d’arte. Faccio parte del circolo fotografico PhotoUp, amo sperimentare nuove forme di linguaggio fotografico, continuo a frequentare corsi e workshops perché penso che la fotografia sia anche ricerca, scoperta di nuovi orizzonti che aiutino a guardare sempre oltre, solo così possiamo tentare di portare alla luce ciò che resta celato ad uno sguardo distratto, provare a cogliere l’essenza delle cose e delle persone.

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Mostra fortografica - sabato 6 aprile h 19:00 inaugurazione e presentazione del catalogo - Teatro Palladium

I corpi del Butoh - Fotografie di danza tra Oriente e Occidente

Immagini di Alberto Canu, Emilio D’Itri, Samantha Marenzi
a cura di Samantha Marenzi

Tre fotografi, tre sguardi sulla danza, dentro e fuori dalla scena. Il Butoh, i suoi protagonisti, i suoi spettacoli e le sue contaminazioni sono al centro di questa rete di sguardi che ha interrogato il corpo danzante. Lo spettacolo è solo uno strato della danza, che si nutre dei tempi lunghi del lavoro, delle prove, delle danze solitarie che sostanziano la ricerca oltre che fornire materiali alle performance. E il teatro è solo uno dei suoi possibili luoghi. La mostra accoglie i diversi tempi della danza visti da  tre fotografi che utilizzano stili e tecniche differenti, dall’analogico al digitale, e che hanno stabilito un dialogo coi danzatori. Foto di scena, ritratti degli artisti, foto di danza. Fotografie, non semplici tracce, immagini autonome nelle quali la danza trova un nuovo palcoscenico, e il Butoh osserva se stesso spogliato dall’esotismo delle forme. A guardare verso l’obiettivo è il mistero che il Butoh mette in gioco: il corpo e la sua presenza enigmatica, che precede e sottende ogni espressione.

La mostra, inserita nella rassegna a cura dei docenti di teatro del Dams di Roma Tre Il paese fertile, presenta in anteprima romana una selezione dei lavori esposti a Palazzo Ducale di Genova all’interno del festival  Testimonianze ricerca azioni di Teatro Akropolis (novembre 2018). Allestita negli spazi del Teatro Palladium di Roma e visibile dal 3 al 12 aprile (h 10:00-12:00 e 16:00-chiusura teatro), verrà inaugurata sabato 6 aprile alle 19:00, contestualmente alla presentazione del catalogo. La giornata dedicata al Butoh prosegue con la performance Opheleia della danzatrice Alessandra Cristiani. La mostra è allestita in parte nel foyer e in parte in sala: questa ultima zona è visitabile negli orari diurni e, il giorno dell’inaugurazione, solo a fine spettacolo.

Informazioni sulla performance qui: http://teatropalladium.uniroma3.it/blog/class/ophelia/

Informazioni sulla rassegna qui: http://teatropalladium.uniroma3.it/blog/2019/03/15/il-paese-fertile-ricerca-teatrale-al-dams-delluniversita-roma-tre/

L’ingresso alla mostra è gratuito. L’ingresso agli spettacoli prevede il pagamento del biglietto di ingresso.

Alberto Canu – fotografo di scena del festival internazionale di danza Butoh Trasfrom’azioni, organizzato a Roma dalla Compagnia Lios, e del Progetto Eliogabalo, in collaborazione con l’Akira Kasai Dance Company di Tokyo. Per entrambi i progetti ha curato la grafica, realizzato le locandine, disegnato e gestito le pagine web. Ha realizzato diverse mostre ispirate al corpo in scena, al Butoh dei performer occidentali e agli spettacoli di euritmia eseguiti da danzatori giapponesi, indagando la contaminazione tra Oriente e Occidente nella cultura della danza.

Emilio D’Itri – tra i primi fotografi italiani a riprendere gli spettacoli dei danzatori giapponesi, è stato autore di esposizioni, illustrazioni di volumi e della nota mostra Paesaggi dell’anima, composta da una galleria di ritratti dei grandi maestri del Butoh. È il fondatore e direttore artistico di Officine Fotografiche, uno dei centri più attivi nella diffusione della cultura fotografica a Roma, dove è nato, e a Milano. È il creatore del festival internazionale FotoLeggendo, oltre che del progetto Obiettivo Donna, sulla fotografia femminile.

 

Samantha Marenzi – specializzata in fotografia analogica e tecniche antiche di stampa, realizza e cura mostre e insegna tecniche analogiche e fotografia di scena. Membro fondatore della Compagnia Lios, si forma come danzatrice coi maestri del Butoh e collabora con la Akira Kasai Company. Contribuisce al festival Trasform’azioni come fotografa oltre che come performer e organizzatrice. Indaga le immagini di danza anche dal punto di vista storico-teorico, con un progetto di ricerca all’Università Roma Tre, dove è docente di Iconografia del teatro e della danza.

Info mostra

I corpi del Butoh

Fotografie di danza tra Oriente e Occidente

Mostra fotografica a cura di Samantha Marenzi

Immagini di Alberto Canu, Emilio D’Itri, Samantha Marenzi

3 > 12 aprile 2019

sabato 6 aprile h 19:00

inaugurazione e presentazione del catalogo
Teatro Palladium
Piazza Bartolomeo Romano, 8 – Roma
la mostra è inserita nella programmazione della rassegna
Il paese fertile. Ricerca teatrale al DAMS dell’Università Roma Tre a cura del gruppo dei docenti di teatro del Dams

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Mostra fotografica - Inaugurazione mercoledì 20 marzo ore 19 - Officine Fotografiche Roma

Rhome

di Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni
a cura di Lorenzo Castore

Mercoledì 20 marzo alle 19 inauguriamo a Officine Fotografiche Roma la mostra “Rhome” di Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni a cura di Lorenzo Castore.

Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni vivono a Roma, città dalla quale sono stati adottati. 

Dopo anni di esplorazioni di altri mondi i due fotografi hanno avuto l’urgenza di entrare sotto la pelle della città. 

Il loro viaggio attraverso Roma ha fatto emergere microcosmi che si intrecciano in un effetto domino di incontri e situazioni. 

Luoghi, istanti di vite private, atmosfere: uno scenario fuori dagli stereotipi, lontano dall’immaginario turistico, affrontato senza filtri. 

Con Rhome, Caimi e Piccinni presentano il secondo capitolo del progetto a lungo termine su tre “città in transizione” (Napoli, Roma, Istanbul): metropoli vulnerabili, in bilico, sempre esposte alla mutazione. 

Rhome ha vinto il primo premio del FUAM Dummy Book Award diventando recentemente un libro che racchiude 128 immagini del considerevole corpus di fotografie di cui è composto l’intero lavoro. 

Il capitolo del progetto a lungo termine dedicato a Napoli è stato pubblicato dall’editore Witty Kiwi con il titolo “Forcella”. 

La scelta delle immagini in mostra e il modo in cui sono presentate è il frutto della collaborazione di Caimi e Piccinni con Lorenzo Castore, fotografo con il quale il duo condivide una visione artistica e umana. 

Le stampe sono state realizzate da Digid’a fine art prints di Davide di Gianni.

 

Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni collaborano dal 2013 realizzando progetti sia documentaristici che di fotografia intima e personale. 

I loro reportage appaiono regolarmente sulla stampa e i media internazionali ricevendo numerosi riconoscimenti. 

Dai progetti autoriali a lungo termine, alla rivoluzione e la guerra in Ucraina, dai disastri ambientali, alla migrazione, al centro dei loro lavori la necessità e il desiderio di rappresentare da vicino storie umane, entrando in stretta relazione con le persone che fanno gli eventi.   

Del duo sono stati pubblicati quattro libri di fotografia in bianco e nero (Rhome, Forcella, Same Tense e Daily Bread) e i lavori esposti in diverse mostre personali in Europa e in Asia in gallerie come Vasli Souza Galleri (Svezia), Reminders Photography Stronghold (Giappone), Kunsthalle-Emden (Germania), Interzone Galleria (Italia) e in numerosi festival internazionali. 

www.caimipiccinni.com

Info mostra

Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni
Rhome
a cura di Lorenzo Castore
dal 20 marzo al 12 aprile 2019

Inaugurazione mercoledì 20 marzo ore 19

Visita guidata alla mostra giovedì 4 aprile alle ore 19

Officine Fotografiche Roma
Via G. Libetta, 1
orari di visita:
dal 21 marzo al 12 aprile
lunedì – venerdì ore 10.00-19.00
chiuso sabato e festivi
ingresso gratuito

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Concorso Portfolio in mostra - Apertura mostra lunedì 11 marzo - Spazio Piano Aule - Officine Fotografiche Roma

Cibo per l'anima di Maria Teresa Menna

di Maria Teresa Menna

Tra i bisogni fondamentali per l’essere umano c’è senz’altro la connessione con la Natura, sempre più difficile da realizzare nel ritmo incalzante e frenetico delle nostre città, dove quest’ultima si ritrova, al massimo, spinta ai margini o segregata.

 

D’altra parte, in un’epoca dominata da desideri, spesso superflui, in cui tutto viene consumato, anche il cibo è diventato oggetto, merce o status symbol. Esso viene messo in mostra, fotografato e condiviso, assurto a star dei social network. Ironicamente, anche il cibo si è separato dalla Natura e dalla sua stessa essenza di nutrimento.

 

Così ho creato una serie di still life ispirate alla food photography, in cui non c’è nulla di commestibile, con l’intento di cortocircuitare lo sguardo e spostare l’attenzione su quello che può nutrire non la nostra pancia o la nostra vanità, ma un nostro bisogno più profondo, la comunione con la natura.

Maria Teresa si imbatte, quasi per caso, nella sua prima Nikon a 17 anni. Erano i tempi delle macchine a pellicola.

Nuova di zecca, la prende in prestito dalla mamma in occasione del suo primo viaggio a Parigi con un’amica. Inizia così a guardare il mondo attraverso il 50mm e ne rimane affascinata. Quella scatola che rinchiude la realtà e ti permette di riportarla a casa ti spinge a osservare le cose più in profondità a coglierne, in qualche modo, un po’ l’essenza.

Molta strada, molti viaggi e diverse macchine fotografiche sono passati da allora e siamo approdati nell’era digitale, ma quella passione è rimasta ancora intatta.

 

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Selezionato Concorso Portfolio in mostra - Lunedì 25 febbraio -

“Paesaggi in scena” di Filippo Giuseppe Iannone

Questi paesaggi non hanno un’origine geografica comune poiché fotografati in Italia e in Giappone; da questa caratteristica il lavoro prende vita.

Con l’uso del colore che ricordano i paesaggi Ghirriani e talvolta, con un’esasperata composizione, le immagini esplorano una quotidianità intesa come un palcoscenico teatrale in cui elementi di diversa natura dialogano tra loro per così creare un meta luogo. La macchina fotografica è a metà tra quello che c’è realmente e quello che è lo sforzo per identificarlo, in un processo in cui il fotografo evidenzia una continua ricerca della sua identità, immergendosi tra solitudine e memorie.

Filippo, romano di nascita, completate le scuole superiori nel 2012, spinto dalla famiglia parte per un viaggio di studi linguistici in Australia.

Affascinato dalla natura selvaggia ed incontaminata, vi protrae la permanenza per quasi quattro anni, affrontando esperienze lavorative di vario genere . La passione per la fotografia e per l’arte lo spinge ad iscriversi al college TAFE di Sidney, dove perfeziona ed affina le tecniche fotografiche ed artistiche. Nell’aprile 2016, in Giappone, nasce la sua prima figlia .

Trasferitosi nel paese del “sol levante”, vi soggiorna per più di un anno per poi tornare nuovamente in Europa al fine di concludere gli studi, frequentando un master in “Fine Arts” presso l’Accademia delle arti, università HKU di Utrecht in Olanda, ove tutt’ora sta completando l’ultimo anno.

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Mostra fotografica - venerdì 15 febbraio ore 19 - Officine Fotografiche Roma

Internat di Carolyn Drake

di Carolyn Drake
a cura di Laura De Marco
in collaborazione con SiFest - Savignano Immagini Fetsival e con il patrocinio della città di Savignano sul Rubicone.

A partire dal 15 febbraio 2019 Officine Fotografiche ospita a Roma Internatprogetto della fotografa statunitense Carolyn Drake, curato da Laura De Marco, in collaborazione con SI FestSavignano Immagini Festivale con il patrocinio della città di Savignano sul Rubicone.

Tra il 2014 e il 2016, Carolyn Drake realizza una serie di immagini all’interno di un orfanotrofio russo che ospita giovani con disabilità, tra cui molte giovani donne che diventano adulte nel completo isolamento. Frutto di un percorso individuale ed esistenziale che nasce anni prima degli scatti realizzati, Internat è la testimonianza di un’intensa collaborazione tra la Drake e le ospiti della struttura che, su suo invito, hanno prodotto proprie creazioni, a partire dalle opere di Taras Shevchenko, artista ucraina, etnografa, poetessa e prigioniera politica.

La natura, gli oggetti della vita quotidiana e le mura dell’orfanotrofio sono mezzi per discutere questioni quali il controllo sociale, l’identità individuale e collettiva, la libertà di immaginazione e la normalizzazione del comportamento femminile.

Cosa definisce l’identità di una persona all’interno della società? La sua famiglia e i rapporti che si instaurano con essa; il cerchio allargato delle persone che via via incontra; le esperienze che fa del mondo, e così via. Cosa succede quando tutto questo viene negato? Quando si cresce all’interno dei confini murati di una istituzione?

Questa è la premessa di Internat di Carolyn Drake, un lavoro su cui ha iniziato a riflettere dodici anni fa, ma che è stato poi sviluppato tra il 2014 e il 2017. Internat è una pensione immersa nella foresta attorno alla città di Ternopil’, in Ucraina.

Sembrerebbe, così descritto, un posto idilliaco, ma è invece un edificio circondato da alte mura in cui vengono recluse ragazze adolescenti ritenute non abili a condurre una vita regolare in società. Quando nel 2006 Drake si imbatte in questo luogo, è convinta che a quelle ragazze, una volta cresciute, verrà garantito il ritorno alla vita nel mondo reale; ma anni dopo, quando ritorna con l’idea di andare a scoprire come sono cambiate le loro vite una volta uscite, la sconcertante scoperta che le allora adolescenti sono ora donne adulte, ancora rinchiuse tra quelle mura, porta l’artista a porsi le domande all’inizio di queste righe.

Come si sviluppa l’identità di una giovane donna in queste condizioni?

In un microcosmo come quello di un istituto, che rapporti si instaurano tra chi fa le regole, la direzione, e chi le subisce? Può una realtà di questo tipo essere vista come esempio in miniatura di ciò che accade nel macrocosmo della società “libera”? Probabilmente, sì. 

Drake inizia a fotografare la vita delle ragazze e a coinvolgerle nel suo lavoro utilizzando l’ambiente, le relazioni tra di loro e l’arte stessa per aprire un dialogo onesto e diretto e, soprattutto, una possibilità di confronto. Scopre così che la fantasia, la natura, i rapporti interpersonali e la routine delle azioni quotidiane sono tra le cose che l’essere umano riesce sempre a trovare per imparare a definire e a definirsi, anche creandosi un mondo del tutto personale e autonomo.

Internat si sviluppa come una vera e propria pratica di collaborazione alla produzione del lavoro artistico: Drake condivide la sua autorialità con i soggetti coinvolti, nel tentativo di creare un progetto che possa fare luce sulle molteplici sfaccettature di questo micro mondo. Includendo i suoi soggetti nel processo creativo, Drake ha la possibilità di andare oltre a una annosa questione (non solo pratica, ma anche etica) della fotografia documentaria classica: chi è che racconta le storie e a favore di chi lo fa? Ovvero, i soggetti, soprattutto di storie delicate come questa, hanno effettivamente voce in capitolo nel momento in cui la loro storia viene raccontata o non si fa altro che diffondere narrazioni a una unica via, quella dell’autore che le racconta? Coinvolgendo le ragazze dell’orfanotrofio, non solo Drake stabilisce un rapporto più profondo con loro, e dunque ha accesso a una intimità maggiore, ma dà anche loro la possibilità di costruire la propria narrazione e avere il controllo su quella che è la loro storia. Approccio rischioso, dal punto di vista dell’artista, ma decisamente potente e illuminante.

Carolyn Drake(Los Angeles, 1971) si è diplomata alla Brown University ed è fotografa per Magnum Photos. Nel suo lavoro, la fotografia è un medium in grado di riscrivere la realtà e la storia, per le sue misteriose capacità di attivare le emozioni umane. Drake ha vissuto per un decennio a Istanbul, sviluppando progetti personali e lavorando su commissioni in Turchia, Ucraina, Asia Centrale e Cina. Negli Stati Uniti dal 2014, vive e lavora a Vallejo, in California. Tra i premi che le sono stati assegnati compaiono il Guggenheim Fellowship, il Lange Taylor Prize, il Fulbright Fellowship e il premio Anamorphosis. I suoi libri fotografici autoprodotti hanno ricevuto ampia attenzione e sono stati tradotti nella forma installativa. Sue mostre personali sono state recentemente esposte al SFMOMA e al Houston Center for Photography.

Info mostra

Inaugurazione
venerdì 15 febbraio ore 19.00
Visita guidata con la curatrice
sabato 16 febbraio ore 11.00

La mostra rimane aperta
dal 18 febbraio all’ 8 marzo 2019
Orari di visita
dal lunedì al venerdì, ore 10.00/13.30 e ore 15.30/19.30
Sabato e festivi chiuso
Ingresso gratuito

 

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Mostra fotografica - Inaugurazione venerdì 18 gennaio ore 19 - Officine Fotografiche Roma

Creature

David McEnery
a cura di Stefano Bianchi

Officine Fotografiche ospiterà nella sue sede di Roma la retrospettiva dedicata al britannico David McEnery (1936-2002), con scatti fotografici autografi provenienti dall’Archivio Mantovani Galerie diSaint Maden (Francia) in collaborazione con l’Associazione Culturale Ponti x l’Artedi Milano.

Nei suoi trascorsi professionali, McEnery ha lavorato per varie testate giornalistiche internazionali fra cui la prestigiosa rivista Life, catturando gli aspetti più insoliti e divertenti della quotidianità. Il suo sguardo, improntato sulla leggerezza e l’ironia, garantisce uno stile unico e assai ricercato. Da autentico purista, non ha mai utilizzato il flash. La moglie Pat (anche lei fotografa e spesso sua modella) racconta che per eseguire un solo scatto David pazientava tutta la giornata pur di ottenere la luce che voleva.

La sua personalità, traboccante d’umorismo, gli ha consentito di creare situazioni fotografiche inventando curiosi accessori e oggetti di scena (una custodia per serpenti, una motocicletta per ranocchi…) da lui stesso costruiti che interagiscono coi personaggi umani. Peter Galassi, ex direttore del Department of Photography del MoMA di New York, ha commentato: «Scattare foto divertenti è molto difficile: richiede tatto e delicatezza. David McEnery possiede queste doti, oltre a un innato “sense of humour”».

L’allestimento della mostra, curato dal giornalista critico d’arte Stefano Bianchi, metterà in risalto l’arte fotografica attraverso l’efficacia delle immagini di McEnery, irresistibile mix di Slapstick Comedy (la gag da film muto che sfrutta il linguaggio del corpo) e umorismo tipicamente britannico.

Rimbalzando da un mondo all’altro (incluso l’universo animale), questo reporter dell’ironia declina l’essere, il non essere, l’apparire di quell’imprevedibile commedia che si chiama vita.

In vendita presso il bookshop b.strOf (aperto dal lunedì al venerdì dalle 16.30 alle 19.30)il  nuovo libro fotografico David McEnery “Creature” (2018) e “Smile!” (2014) edizioni gmebooks 

Info mostra

Officine Fotografiche Roma –
Via Giuseppe Libetta, 1 – 00154 –

Roma

of@officinefotografiche.org

Orari:
dal Lunedì al Venerdì

10.00-13.00 / 15.00 – 19.00